Lucy

 

 Sono passati due anni dallo scoppio del bubbone pandemico. Tutti abbiamo sognato di avere una piccola Lucy in tasca con il suo trabiccolo da psicologa da interpellare ad ogni passo. Una Lucy che ci ascoltasse, che ci insultasse anche, una Lucy possibilmente all’aperto quando all’aperto proprio non si poteva stare. L’abbiamo tanto desiderata (non dite di no) e io mi sono pure interrogata su quale sarebbe stata la mia prima domanda se ce l’avessi avuta davanti (o in tasca).

Ma poi gira che ti rigira alla prima occasione so che le avrei chiesto: "Quando ero ragazzina avrò letto milleduecento volte Schroeder una vita per la musica e proprio non mi capacitavo di come non te ne fregasse una cippa che quel biondino non ti filasse per niente. Ma perché non ti sei schiodata subito da quell’idiota di pianoforte?". Ancora oggi non lo so e una risposta probabilmente non l’avrò mai, del resto avrei dovuto studiare psicologia e invece ho solo immaginato atomi alla luce di una bugia. Posso però affermare di aver imparato tre cose da questa pandemia (perché alla fine Snoopy è sempre il migliore, infatti ti amava):

1-      Quanto è vera la foto sopra;

2-      Dateci una Lucy a testa in forma smagliante e ci renderete felici;

3-      Torna al punto 1 che è meglio, anche perché in questi tempi sempre più cupi possono salvarci solo le stelle.

Cinque centesimi, grazie! E una bandiera colorata alla finestra, perché quella parola, la PIU’ BRUTTA, non avrebbe dovuto esplodere. Quel folle là una Lucy di certo non ce l’ha. 

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