Libri mai scritti, viaggi mai vissuti
Libri mai scritti,
pressappoco così s'intitolava uno dei capitoli del miglior Tabucchi e ancora queste
parole mi sussurrano di tanto in tanto quanta verità
ci sia in tutto l'incompiuto che ci appartiene.
Di libretti nel cassetto in versione bozza più o meno avanzata ne ho in
attivo un po', uno scritto in pieno isolamento pandemico (quanti cassetti ci
sono pieni di libri buttati giù in pandemia e poi mai più riletti?), a dire il
vero credo che il mio libro ‘coviddiano’ sia scritto con una calligrafia così
incomprensibile che neppure il miglior interprete riuscirebbe a decifrarlo, ma
quanto è bello sapere che esiste ed è ancora possibile... L'adolescenza della
scrittura è quella che fa più sognare perché è lontana dai giudizi, dagli
obiettivi, dal reale insomma.
È un po' come i viaggi immaginati, quelli con i bimbi a rivedere i big five
senza averne vissuto gli scontati capricci, quelli nelle isole più sperdute,
lontani dal mondo senza temere che qualcuno abbia bisogno di te e tu proprio
non ce la faccia ad essere prontamente lì. È lieve assaporare le istantanee
migliori senza viverne le sfumature più amare, fantasticare senza faticare.
Eppure, compiere è quello che conta. Mi rivedo la prima notte catapultata
da Milano all'Avana, in una città che mi sembrava sinistra in quel buio così
denso e stanco che mi sentivo addosso. Percepivo intorno sguardi sospettosi e
udivo televisori di altri tempi che vociavano telegiornali da regime. Poi, la
mattina dopo ci ha svegliato il caffè della padrona di casa Maria, una camera
semplice e accogliente, un patio colorato e la fiducia nel sole cubano. È in
quel momento che si avverte che il viaggio può essere un nuovo inizio, una nuova speranza.
Scrivere come viaggiare è soprattutto fatica, ma di quella che soddisfa all'impazzata. Abbiamo bisogno di sperare.
[foto: il mio geco faticante preferito]
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