Non chiederci la parola

 Nella cittadella di Leiden ci sono delle poesie scritte sui muri di alcune case, o meglio c’erano un tempo, perché tutto scorre ma spero che loro abbiano resistito. Sono poesie di poeti famosi di diverse nazionalità, rigorosamente in lingua originale e ti sorprendono qua e là, a ricordarti piccole verità.

In rappresentanza del bel paese c’è Eugenio Montale, proprio sopra quello che era il mio panettiere turco di fiducia, che io di pagnotte al sesamo così non ne ho più assaggiate e lo dico a costo di essere considerata patetica.

Più ci penso e più non mi capacito di quanto ci sia in questa poesia, di quanto croco io mi senta e di quanti mondi aperti abbiamo davanti, quanti “non” abbiamo qui costruito qui grazie ai passati lì. So cosa non voglio, so cosa non sono, ripenso a tutti i “non” che abbiamo imparato in questi ultimi due anni e mi sento ancora più croco, un croco che vuole solo gioco.

 

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

Perduto in mezzo a un polveroso prato.

 

Ah l'uomo che se ne va sicuro,

agli altri ed a se stesso amico,

e l'ombra sua non cura che la canicola

stampa sopra uno scalcinato muro!

 

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

                                                       E. Montale


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