Vata
Mi descrivono perfettamente i parametri ayurvedici di una Vata sradicata. Sfuggo, saetto, odio il vento e l’organizzazione, sono una foglia tremula che ama la pelle baciata dal sole. Schizzo e lampillo, mio nonno mi chiamava la bufera. Dovrei ungermi sino all’orlo e invece se non sto al secco fremo.
Forse per questo amo sbirciare i siparietti degli altri, giacché ho bisogno di presenza nell’assenza, che assente sclero e da dentro pure. Esserci e non esserci è per me il binomio più vero ed equilibrarmi lì in mezzo è l’esercizio più duro.
Eppure, ho scelto la chimica che mi ancorasse a terra e un uomo che fosse radicamento puro, ma poi anche la chimica porta a immaginare e il mio uomo scala verso il cielo per sognare.
E allora tiriamo, tiriamo tra i nostri opposti per tutta la vita o finché ci va e lasciamo che lo yoga ci spieghi la gioia come si dà. La risposta è nel ‘tra’, la risposta è a metà, se mi perdo tu rispiegami come si fa.
[foto: Vata storta in albero]
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